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Genesi e sviluppi dell'autonomia regionale e provinciale
7.2.10
Dall'accordo Degasperi-Gruber agli statuti di autonomia
Il nuovo statuto e gli anni '70

Giorgio Grigolli (1927).


Sempre più andavano inasprendosi le divergenze, in ambito regionale, tra la DC ancora egemone nel Trentino e la SVP altrettanto predominante in Alto Adige, anzi con crescente atteggiamento di vigile diffidenza nei confronti dell’amministrazione centrale dello Stato, che ormai astiosamente accusava di ostacolare l’attuazione di alcune basilari norme dello Statuto di autonomia. In effetti, la cosiddetta Commissione dei Diciannove (costituita nel 1961) procedeva già alla revisione dello Statuto del 1948, ma soltanto con la nuova Commissione dei Nove (subentrata quando la precedente ebbe concluso nel 1964 i defatiganti lavori preliminari) si avviò la definizione dell’auspicato rinnovamento statutario, che ottenne l’approvazione in sede parlamentare il 10 novembre 1971. Il risultato costituzionale, dopo un ventennio di esperienze (travagliate anche da gravi ricorrenti attentati terroristici) e soprattutto dopo aver collaudato l’effettiva separazione amministrativa e istituzionale delle due province speciali, può ritenersi veramente notevole e anzi tale da favorire una progressiva collaborazione interetnica.
Il nuovo Statuto sancì, dunque, il ruolo preminente delle istituzioni provinciali, come recita l’Art. 3: “Alle Province di Trento e di Bolzano sono attribuite forme e condizioni particolari di autonomia, secondo il presente Statuto”. È da rilevare, inoltre, che la Giunta provinciale si configurò “inequivocabilmente come il centro del potere politico locale”. Dopo la lunga gestazione (che si protrasse per quattro mesi, fino al marzo 1974) della settima legislatura, l’esecutivo provinciale presieduto da Giorgio Grigolli affrontò il tema principale del trasferimento delle competenze dalla Regione alla Provincia, in attuazione del nuovo statuto con l’aumento degli assessorati. Tale impegno provocò anche scontri d’aula, essendo forte la tendenza dell’opposizione di sinistra, favorevole ad una impostazione “assembleare” del governo provinciale.
Al di là degli “aspetti gestionali dell’autonomia”, che andavano acquisendo “una posizione centrale nel dibattito politico-istituzionale”, apparve (tra la prima e la seconda metà degli anni ’70) qualche sintomo degenerativo. Lo stesso presidente Grigolli, nella relazione d’investitura per la nuova Giunta provinciale il 3 dicembre 1976, avvertì ed esplicitamente denunciò il “pericolo di una società tendenzialmente assistita e protetta dall’Ente pubblico”, poiché già si segnalavano con preoccupazione “atteggiamenti passivi e di depotenziamento delle responsabilità nella comunità trentina”. D’altra parte, andava pure manifestandosi una profonda insofferenza del paese reale nei confronti di un troppo invadente e monopolizzante urbanocentrismo, che sembrava sempre più immemore di millenarie tradizioni autonomistiche locali, tutt’altro che disprezzabili e anzi patrimonio culturale prezioso.